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LA TRACCIA TRASPARENTE

gabbiano volo 2Dedico la seconda parte di questo racconto a un signore che non conosco, che amava la pesca e l'aria di mare.

Arturo ci mise molti anni a capire che gli altri non vedevano le tracce, e pensavano che il movimento partisse da dove loro erano e non da dove dovevano arrivare o volevano andare. Fin da piccolissimo, lui era stato guidato dalla traccia e dal sé stesso semi-trasparente che vedeva in fondo alla traccia, che gli sorrideva e lo incitava ad andare là. La traccia era a volte colorata, a volte molto tenue, a volte così magnetica che sembrava quasi spingerlo avanti.

Da piccino Arturo ci giocava, con le tracce – perché vedeva anche quelle degli altri, e gli sembravano tutte stelle filanti; quando ci passava in mezzo gattonando, si frantumavano in gocce luminose o coriandoli colorati, per poi ricomporsi alle sue spalle.

Aveva capito, col tempo, che nessuno vedeva le tracce e anzi se ne parlava avevano paura. Imparò a tacere, e a dire che non le vedeva più, alla madre preoccupata, quando era attorno agli 8-9 anni.

Non sempre le tracce erano gioiose e colorate; a volte erano grigie e tristi. Arturo cercava di non vederle. Piano piano, crescendo, imparò a metterle sullo sfondo, quelle degli altri si intende. Restavano come delle deboli scie nebbiose o dorate, poco fastidiose.

La sua, beh, quello era un'altra cosa. Lui sapeva benissimo che il movimento partiva “da là”, e che anzi era questo che dava energia e direzione alla sua giornata – alla sua vita intera forse.

A volte le tracce degli altri balzavano comunque fuori con molta vivacità in occasioni particolari, si accorse, di grande intensità: poteva essere gioia, dolore o rabbia... allora non riusciva a tenerle sullo sfondo. Una volta camminava sulla strada, e si accorse che di lì a poco ci sarebbe stata una rapina, alla banca d'angolo. Infatti vedeva le tracce dei malviventi molto chiare e nitide, vibranti quasi, e le loro sagome sottili già pronte a irrompere con le armi in mano. Corse a dirlo al poliziotto che stazionava vicino, ma intanto i rapinatori erano arrivati e dopo il fatto Arturo ebbe del bello e del buono a spiegare il suo intervento! Sembrava che fosse un complice pentito, un informatore... insomma ci mise un sacco di tempo a districarsi dalla situazione.

La seconda volta che vide delle tracce simili, davanti a un altro istituto di credito, diversi mesi dopo, si sedette al bar di fronte, ordinò caffè e cornetto e si godé la rapina.

Arturo capiva che le tracce erano una cosa particolare, che tutti le avevano ma che restavano sullo sfondo completamente, erano invisibili, anche se svolgevano perfettamente la loro funzione... Pensò anche di crearsi un mestiere, usando questa sua capacità: aprì un'agenzia di investigazioni! Le tracce lo aiutavano tantissimo ma si accorse che il lavoro non gli piaceva, intanto gli sembrava di rubare perché lui vedeva benissimo dove le persone volevano andare – o meglio erano guidate dalle tracce, a volte a fare un mucchio di sciocchezze! Avrebbe voluto, a volte, fermarle, dirgli, ma ci hai pensato bene? Ma sapeva che non sarebbe servito a nulla. Insomma, chiuse l'agenzia in un paio di mesi.

Scoprì invece che poteva fare dei bei quadri, raccogliendo le immagini delle tracce... scie luminose o trasparenti, intrecci di figure doppie che sembrano chiamarsi alle due estremità del percorso... immagini “Oniriche”, furono definite, così Arturo si ritrovò pittore anche di una certa fama e questa attività gli permise di vivere serenamente.

Con la compagnia del suo sé stesso trasparente, con le sue tracce luminose o titubanti che si sgomitolavano giorno dopo giorno, Arturo visse una vita serena: si sposò, ebbe due figli, coltivò alcune sue passioni, come le passeggiate nella natura – lì le tracce sono magnifiche! - e la pesca con la rete. Affittò, assieme a degli amici, un capanno da pesca nei canali vicino al mare, e quello fu un luogo meraviglioso di relax, compagnia, mangiate di pesce abbrustolito sulla griglia e bevute e brindisi – morigerati i suoi, altrimenti le tracce... diventavano doppie e davvero era troppo!

Al capanno i figli erano cresciuti, nelle domeniche primaverili, scalzi e felici di sole e di mare; la moglie aveva cucinato spaghetti alle vongole e pesci arrosto; i suoi amici avevano festeggiato compleanni, fidanzamenti e ricorrenze varie. Immersi nell'odore salmastro del mare, nella luce del mare, nelle scie del mare. Lì, le tracce diventavano arabeschi, guizzi, volute morbide e cangianti. Un pulsare di Vita che scorre e va, scorre e va...

Ora Arturo ha quasi 85 anni. E' ancora un uomo robusto e solido; ama il mare, la compagnia dei suoi amici e della famiglia – certo, ora i figli sono anziani anche loro, ci sono nipoti e a breve pronipoti... quante tracce intorno! E' marzo; col suo amico Cesare vanno al capanno per ripristinarlo dopo il lungo piovoso inverno. Ah! Che splendida giornata già presaga di primavera! Arturo respira a pieni polmoni l'aria di mare, che adora, spalancando le braccia in un gesto largo... E per un istante, resta perplesso: non vede la sua traccia! E' talmente abituato ad averla sempre lì, che parte davanti ai suoi piedi – o meglio che arriva davanti ai suoi piedi – che resta senza fiato... compagna di una vita intera, la traccia sembra scomparsa... è come se si facesse un silenzio totale, se il movimento del mondo si fermasse, come se tutto restasse attonito, fermo e muto all'interno di una coppa rovesciata, trasparente, di cristallo...

Con un sospiro di sollievo, Arturo vede che la traccia è tornata: guizzante, luminosa, dorata, punta dritta sul lungo palo che, immerso nell'acqua a una trentina di metri, nel canale, sostiene le carrucole e i cavi delle reti di pesca del suo capanno e dell'altro vicino. Lui – il lui sottile, quello che genera il movimento – è già in cima al palo e gli sorride e lo chiama con un gesto complice. Arturo ha un attimo di perplessità: a 85 anni, salire in cima al palo! Ma il movimento è chiaro e netto, è già compiuto, anzi “questo” movimento è particolarmente tenace, quasi perentorio – amorevolmente perentorio. Arturo convince Cesare a prendere il barchino e accompagnarlo al palo, remando per quella trentina di metri che separa il capanno dal sostegno verticale. Cesare brontola, eh già, il ragazzino vuoi fare, sempre di testa tua! Ma non potremmo aspettare i figli, che arrivano nel pomeriggio?

Ma Arturo non può aspettare, la traccia lo chiama con una forza così meravigliosa e particolarmente decisa! Che vuoi che ci voglia, a salire in cima? L'ha fatto centinaia di volte, e anche ora lo fa, con un leggero ansare, ma davvero leggero leggero... si imbraga bene, si ricongiunge all'Arturo sottile che lo chiamava con tanta insistenza...

E' sempre stato così, sempre un futuro più o meno lontano lo ha chiamato, mosso, guidato, ispirato... solo prima, giù al capanno, la traccia era scomparsa. E anche ora, là in cima, Arturo si guarda intorno e si rende conto che non vi è una nuova traccia che arrivi ai suoi piedi, ben saldi sullo scalino d'acciaio, a venti metri di altezza. Oh, come è tutto chiaro! Come tutto si comprende, nel vasto orizzonte che abbraccia il mare, il reticolo dei canali, il suo capanno, piccino là sotto, e via via i casolari nella campagna, e la pineta più distante, scura e profumata! La traccia, finisce qui. Che posto meraviglioso. Che genio, quel suo compagno sottile che, ora si rende conto, non è mica invecchiato come lui...

Tutte le tracce, da quando gattonava cercando di afferrare il pulviscolo del sole, tutte le scie e i movimenti della sua vita come un unico, immenso quadro si riuniscono, si completano, si saldano e lo abbracciano qui. Che meraviglia. Può salutare il mare, il sole, il cielo, il suo amico Cesare che da sotto, sul barchino, guarda in alto e lo chiama: Arturo, dai, cerca di finire in fretta!

Arturo gli sorride – anche se sa che Cesare, mezzo orbo com'è, non lo vedrà, il suo sorriso di addio.

L'infarto lo prende netto, deciso, compassionevole.

Lo sguardo abbraccia in un istante l'orizzonte azzurro e il volo del gabbiano. Il signore cui dedico la parte finale di questa storia è morto il 20 marzo tra i capanni della Piallassa Piombone di Marina di Ravenna. Aveva 85 anni. Non sono riuscita a recuperare il suo nome, ma non ha importanza. Se le tracce si contattano, questo racconto arriverà, su ali di gabbiano, a portargli il mio omaggio.

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Commenti  

 
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